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Cortesie per gli ospiti

Quando hai ospiti a casa, di quelli attesi che accogli per la prima volta, ti viene da nascondere le imperfezioni e rimediare al disordine. Togli le cose di troppo e fai splendere il lavello del bagno.
Ma quando al tuo ospite devi riservare una città intera e non solo quattro mura, le cose si complicano. Anche se quella città é quanto di più vicino esista a ciò che chiameresti “casa”.
Non ti aiuteranno l’anticalcare né la tovaglia buona, tutto ciò che puoi fare é selezionare i luoghi, organizzare i tempi, e sperare che l’ospite gradisca.
Poi succede che in quella città-casa ti ci trovi talmente a tuo agio da dimenticare i timori, i programmi e le mappe, succede che prendi l’ospite per mano e lo trascini per le strade più belle, gli regali gli scorci migliori e le sfogliatelle frolle, i caffé più prelibati, il cielo più limpido e pure l’odore di mare. Lo rapisci con grandi sorrisi e racconti che dimenticherà presto, ma quando ride di gusto e dice che é tutto bello e sorprendente, a te basta per sentirti felice.
Poi arriva il tempo di andare, smettere, lasciare. Il tempo della distanza, dello “spero che la giornata ti sia piaciuta”, il tempo dei posti meno belli e degli abbracci meno caldi.
È il tempo dell’imperfezione: dei capelli che hanno perso la piega, della matita sciolta, del correttore che ormai non corregge più. E tu ti senti imbarazzata e un po’ a disagio, e speri che l’ultima immagine che il tuo ospite conserverà non sia quella di una piazza sporca e delle tue occhiaie.

Mi sono vergognata di piazza Garibaldi e delle pieghe della mia camicia, del suo degrado e della mia stanchezza.
Poi mi sono accorta che nessuna di noi due é abituata all’ordine, alla perfezione, alla coerenza, che siamo fatte di contrasti ed errori, di una tristezza appassionata e di una bellezza struggente.
Io e Napoli siamo spesso maltrattate e date per scontate, siamo imperfette, indefinite e sospese.
Io e Napoli sappiamo da dove veniamo ma non sappiamo dove andare.

Trovate questo post su Extravesuviana – il collettivo di chi si sente fuori, provinciale, periferico. Se hai una storia da raccontarci inviacela a extravesuviana@gmail.com

[Cicatrici] How to become a vegetarian

Posizione:
All’interno del polso e dell’avambraccio sinistro.

Cause:
La mia pelle è un po’ come me: ha una memoria lunghissima e cicatrizza molto lentamente.
Talvolta perde i contorni e la consapevolezza ma trattiene i segni. Proprio come me, che conservo traccia di tutto quello che mi passa addosso.
E così la mia faccia, le cosce, le mani, le ginocchia, sono una costellazione di piccole cicatrici che se avessi la pazienza di unirle mi restituirebbero una mappa precisa di quello che sono stata.
Poi ce n’è una grande, anzi due. Che voi potreste obiettare dicendo che non sono mie ma io vi assicuro che lo sono perché me l’ha detto mio fratello.
Lui ce le ha sul braccio perché tirò un pugno in un vetro. Che vuoi che sia, un vetro?
Io non so dirlo quanto sangue c’era ma so che riempiva le scale e scorreva. E io lo asciugavo con gli stracci e poi li strizzavo. Ci annegavo le mani e ci riempivo i secchi, col sangue di mio fratello.
Per giorni non ho parlato e non ho mangiato, lentamente ho ripreso ma non sono mai più riuscita a toccare carne.
Quando senza uscire dal silenzio gli ho scritto di quanto lo amo e quanto il suo sangue sia il mio sangue, lui me l’ha detto. Mi ha risposto che la sua cicatrice è la mia cicatrice.

Conseguenze:
Quando qualcuno critica il mio essere vegetariana io commento poco, a volte ironizzo, magari sorrido. Mi guardo il braccio e le vedo, profondissime: una più corta e larga, sul polso; l’altra lunga e trasversale, su tutto l’avambraccio.

***

Insieme a tante altre, splendide, trovate la mia Cicatrice anche a pagina 278 di Cicatrici: una di quelle cose belle che nascono (quasi) per caso sul web.
È un ebook a cura di Barabba Edizioni che potete scaricare gratuitamente cliccando QUI se lo volete in pdf e QUI se lo preferite in epub.
Abbiate cura delle vostre cicatrici.

Coincidenze perfette

La cosa migliore dell’internet resta la condivisione.
E così ti capita che tu scatti una foto, qualcuno scriva una storia e qualcun altro ancora le metta insieme. Una coincidenza perfetta.

L’altoparlante annuncia il numero del treno, la stazione di partenza, quella di arrivo. La stazione è piena di gente, e di rumore. I pavimenti davanti ai banconi dei bar sono ricoperti di centinaia di piccole briciole di brioches. La coppia si avvicina al vagone, carrozza sette, otto, nove, dieci. Stanno uno al fianco dell’altra, senza toccarsi. A volte lui le cede il passo per farla incuneare nella folla che si sposta tra i binari come in una infinita transumanza di attese, poi la riaffianca. Si fermano a un paio di passi dagli scalini, ricontrollano il numero della carrozza, hai il biglietto a portata di mano, sì, fa un caldo tremendo, sì, per fortuna sul treno c’è l’aria condizionata, adesso ti riposi, hai l’aria stanca, lo so, cerco di dormire un po’. Lei prende dalla tasca posteriore dei jeans il telefono, guarda le ore, poi fa un sorriso timido e sfinito. Si abbracciano, e entrambi sentono sulla pelle il caldo e il velo di sudore che copre il volto dell’altro, e chiudono gli occhi. Restano così per un secondo di più, e quel secondo contiene e spiega tutto, il prima e il dopo. Fai buon viaggio, sì, sali, il trolley te lo porto su io, grazie. Lei fa ancora un piccolo cenno con la mano, lui sorride e volta le spalle, fa cinque passi, prende il telefono, cerca il numero di lei, apre i messaggi e inizia a scrivere.

La foto è mia, il post è di Sir Squonk, grazie a Ciocci per averle fatte incontrare su Decauville

Your friends are your capital

Quando per la prima volta in un’aula universitaria sentii parlare di “network” capii di aver scoperto una grande risorsa.
In Organizzazione Aziendale poi ci ho scritto una tesi, continuo a studiarla, così come continuo a coltivare le mie ricerche e i miei progetti.
Uno di questi riguarda TAG Campania, piattaforma web di mappatura e promozione di tutti gli eventi presenti nella Regione Campania.
Da ottobre ad oggi, con amiche e colleghe, lavoro alacremente a questo progetto che a tutti gli effetti possiamo definire una start up che ha suscitato l’interesse, tra gli altri, anche de Il Sole 24 Ore.
Valutando la sostenibilità del progetto e complice la nascita di Fund for Culture (con cui stiamo lavorando ad una collaborazione) ho iniziato ad interessarmi al crowfunding ossia un meccanismo di microdonazioni volontarie i cui principi sono rintracciabili nel Kapipal Manifesto che trovate di seguito.


Ma quante (e quali) persone hanno sufficiente fiducia nel tuo talento e nei tuoi progetti da fornirti un supporto economico? Ho deciso di fare un esperimento.
Una delle mie più grandi passioni è la fotografia e amo condividere i miei scatti sul web. Non so quanto sia vero ma qualcuno sostiene che io abbia del talento,  è a queste persone che ho chiesto di donare un euro per rinnovare il mio account PRO su Flickr.
Ho creato una raccolta su Kapipal.com e ho semplicemente condiviso il link con i miei contatti su twitter e friendfeed.
Da parte dei donatori l’idea non doveva era quella di farmi un regalo ma di dire “io credo in questa persona e in quello che fa, perciò investo su di lei”.
Il riscontro è stato ottimo e addirittura superiore alle aspettative in un tempo brevissimo. Ora il mio account flickr è aggiornato per i prossimi due anni.
Il sostegno (economico e non solo) è arrivato da amici, conoscenti e persone che proprio non mi aspettavo.
L’entusiasmo è forse una delle cose migliori che ci possano capitare, sapere che ancora crediamo nelle passioni non mi sembra cosa da poco.


GRAZIE  a Massimiliano, Erik, Valentina, Matteo, Andrea, Dario e Milo.
Ma anche a Luisa, Aurora e tanti altri. 🙂

Girl Geek Dinner: la prima volta in Campania.

“Non sappiamo se Napoli sia pronta per un evento del genere ma nel frattempo noi lo facciamo e sticazzi”, quando ha detto pressappoco questo io avrei voluto abbracciarla.
Francesca Ferrara è la vera anima della prima Girls Geek Dinner Campania: organizza, contatta, sorride, ringrazia.


Arrivi in ritardo dopo aver passato i 50minuti precedenti a bestemmiare in macchina e girare in tondo, rischiando di inciapare sui sampietrini con gli ankle boots e andando nel panico totale quando all’ingresso del Mumble Rumble ti dicono “uh, ma tu sei la relatrice!”.
Poi scendi e trovi una situazione informale e rilassata, donne che chiacchierano, si confrontano, ascoltano, col profumo del Caffè Carbonelli nell’aria e il raffinatissimo fagiolino della Tancredi Farm a fare da aperitivo.
Michele Del Vecchio è uno dei pochi uomini “infiltrati”, presenzia con grande ironia e  savoir faire, premia le vincitrici del contest fotografico.

Credits: Foto di Alenoir

Quando Francesca mi ha chiesto di fare da relatrice alla GGD Campania, prima ho accettato e poi ho avuto una paura fottuta.
Io non lo so cosa si dice ad una GGD -pensavo- e tuttosommato la mia non è una storia speciale. Allora mi sono detta che forse dovevo raccontare questo: quanto fosse “normale” il web nella mia vita.
È finita che mi sono divertita un sacco e ne è venuto fuori uno speech leggero e senza pretese, forse piacevole forse cheppalle.
E io ve lo lascio qui, che forse vi piace, forse no.